Bifini: mi sarebbe piaciuto giocare sempre nel Grosseto

Nella foto Alessio Bifini

Alessio Bifini (1975) ha vestito i colori biancorossi negli anni Novanta, per poi iniziare un lungo tour nel calcio professionistico che lo ha visto tornare a Grosseto nel 2002-03. Dopo un solo anno, però, il popolare “Bifo” ha ripreso a giocare lontano dalla Maremma per rientrare alla base soltanto tre anni fa.

– Dove hai iniziato a giocare a calcio?

Ho iniziato le giovanili con la maglia del Sauro circa trent’anni fa, dove come allenatori ho avuto Ciccio Fommei e Nencini quando avevo una decina di anni. Poi sono andato via da Grosseto e ho avuto come mister Giulio Pelati a Siena. Sono passato al Torino, ma sono andato via a causa del morbillo, infine sono andato a Firenze, dove ho avuto tecnici qualificati come Franzoni, Piccinetti e Chiarugi. È stata una bella esperienza.

– Parlando del Sauro, è inevitabile ricordare Massimo Tamberi.

Ho conosciuto Massimo Tamberi, anche se allenava quelli più grandi. Purtroppo è mancato nel 1993, ma lo ricordo come un grande personaggio. Lo paragono ad Enzo Galli, numeri a fantasia.

– Anche Enzo Galli è uno dei “totem” del calcio grossetano.

Enzo Galli allena mio figlio. Il mister è un grande, niente da dire su di lui. Avrà visto migliaia di ragazzi e mio figlio è cresciuto con lui. Un grande, davvero.

– Quali erano i tuoi modelli di calciatore?

I miei modelli erano Roberto Baggio, Zinedine Zidane e Dejan Savicevic. Quest’ultimo, per me, era il genio allo stato puro.

– Dal 1992 hai debuttato nel Grosseto.

Venivo dalle giovanili della Fiorentina e mi capitò l’occasione-Grosseto. La cosa più bella che possa capitare a qualunque ragazzo è giocare nella squadra della propria città ed io, da grossetano puro, ho avuto la fortuna di esordire con la maglia biancorossa.

Mi ricordo un aneddoto risalente al 1993-94: presi uno scappellotto, giustissimo, dal mio grande amico Pelucchini perché portavo la palla e volevo sempre dribblare tutti. Il mio compagno di squadra mi disse “Guarda, Alessio, che più andrai avanti e più dovrai migliorare questo aspetto” e mi ricordo che risposi contrariato “No, no…io dribblo tutti”. Disputai la partitella ed in un paio di occasioni feci tocco libero e segnai. Ci fu una mezza discussione e presi questo schiaffetto da Pelucchini. A quei tempi, i vecchi davano scappellotti ai più giovani: ora questo non è più possibile perché sono cambiate certe abitudini, sono cambiati i tempi. Sicuramente, era meglio a quei tempi: certi gesti servivano per formare, erano fatti a fin di bene. Quello è stato uno schiaffo affettuoso da parte di una persona che mi voleva bene e mi ha fatto crescere consentendomi di fare un po’ di carriera.

– In quegli anni hai vestito la maglia della nazionale.

In quel periodo giocai alcune partite con mister Berrettini nella nazionale Under 19. Da quel gruppo nacque la nazionale con cui facemmo le Universiadi a Palermo e diventammo campioni del mondo. La finale venne trasmessa su Raidue e la videro tre milioni di telespettatori. Quella era una nazionale divertente. Mi ricordo che, come premio, mi regalarono un orologio. Essere campione del mondo, anche se a livello universitario, è stato bello. Allo stadio della Favorita c’erano Quarantamila persone, era pieno. Fu veramente bello vedere la Favorita riempirsi in un attimo, come nella sigla di “Novantesimo minuto”. In quella squadra c’erano Ambrosi, Califano, Fommei, Oddo e tanti altri giocatori che hanno fatto una bella carriera. Ricordo bene la finale, anche perché effettuai l’assist vincente per il goal di Ulivi.

– Non c’è stato soltanto il Grosseto nella tua lunga carriera.

Ho girato tutta l’Italia: dopo aver lasciato Grosseto, sono stato ad Arezzo nell’era Cosmi. Mi chiamò Ciccio Graziani e sono rimasto là per tre anni e mezzo.

Ovunque mi sono trovato bene, dall’Albinoleffe al Legnano, all’Avellino, sono sempre stato da Dio. Devo ringraziare il calcio che mi ha formato come uomo. Il calcio è un’arte. Chiedo ai giovani di giocare a calcio e di evitare droghe ed altre cose simili. Lo sport ti salva da queste situazioni ed il mio invito è quello di praticare sport.

– Nel 2002 sei tornato in riva all’Ombrone.

Dopo alcune stagioni in giro per lo stivale, nel 2002 sono tornato a Grosseto. Mi ricordo che Camilli disse “Ho comprato Quattro pirati” riferendosi a me, a D’Ainzara ed altri due giocatori che adesso non ricordo. Anche sulla mia seconda esperienza al Grosseto c’è un aneddoto bellissimo. Il primo giorno con mister Indiani facemmo il test di Cooper; io e D’Ainzara avevamo viaggiato e, per correre i tremila metri del test, ci vollero venti minuti invece dei tredici canonici.

– Ricordi con piacere la tua esperienza con il Grosseto.

L’esperienza-Grosseto per me è stata meravigliosa e giocare di fronte agli amici con cui sei cresciuto è una sensazione unica. È vero che sono partito presto per giocare prima a Torino, poi a Siena, infine a Firenze, ma l’esperienza-Grosseto mi ha segnato. Magari avessi fatto la carriera soltanto a Grosseto!

– Ti sarebbe piaciuto giocare per tutta la carriera con il team unionista.

Ma certo! Io sono di Grosseto, nemmeno della Provincia. Io sono proprio grossetano di Grosseto, abito in centro e vivere nella mia città, avendo la possibilità di indossare la maglia biancorossa, è stato il massimo della soddisfazione. Ho giocato anche in altre squadre blasonate, ma la squadra della mia città mi ha dato e mi dà un’emozione unica.

– Un infortunio condizionò il tuo 2002-03.

La mia seconda esperienza grossetana era partita abbastanza bene, poi a Gubbio mi fecero un’entrata due avversari e mi ruppero la caviglia. Mi disintegrarono due legamenti e saltai quattro partite. Rientrai a Firenze. Provai ad entrare in campo, ma non ero al meglio. Nonostante l’infortunio, fu comunque positiva quella stagione biancorossa.

– Hai continuato fino a pochi anni fa a calcare i campi del calcio che conta.

L’ultimo anno da professionista l’ho fatto alla Sanremese nel 2011, poi sono tornato in Maremma a trentasei anni. Ora ne ho quasi trentanove e gioco ancora nel Fonteblanda. È un calcio dilettantistico, ma anche in queste categorie ci sono realtà serie: sia Albinia che Follonica e Fonteblanda lo sono. Ovunque vado, cerco di portare la mia esperienza per aiutare i giovani. Secondo me, i giovani sono il futuro.

– Come vedi l’attuale situazione a livello giovanile?

Non riesco a capire come mai negli ultimi dieci anni siano emersi così pochi grossetani tra i professionisti. Quando sono venuto fuori io, ce ne erano tanti: Biliotti, Stefani, Matteassi ed ora c’è soltanto Blanchard in giro per l’Italia e magari vestisse la maglia biancorossa! Secondo me, i giocatori grossetani darebbero qualcosa in più alla squadra. Lo dico da quasi quarantenne, ma penso che ci sarebbe la possibilità di vedere qualche grossetano in più in squadra.

 – Il settore giovanile del Grosseto sta vivendo una fase di rilancio.

Mi piace il Progetto-Sonnini per far crescere i giovani. Penso che ci dovrebbe essere un maggiore collegamento tra tutte le società dilettantistiche e le scuole calcio con il Grosseto al vertice. Vedere che manca questa unità di intenti è un po’ il mio rammarico. Nel mio piccolo, cerco di fare qualcosa per unire le varie realtà con l’obiettivo di portare nuovi talenti a giocare nel club unionista.

– Quale è il tuo augurio?

Il mio augurio è che tanti grossetani riescano a giocare nel Grosseto. Penso che nel grossetano si possa creare un progetto serio in cui possano crescere tanti giovani. Tutti dovrebbero partecipare al lavoro che sta svolgendo il settore giovanile del Grosseto, dando il proprio contributo fatto anche di storie diverse tra loro. Se vogliamo il bene del Grosseto facciamo tutti la nostra parte, a partire dal presidente, che dovrebbe dare una mano al settore giovanile.

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