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Sergio De Santis: staff medico sempre all’avanguardia

Il Dottor De Santis con Cheikh Chadi il giorno di Grosseto-Florentia Viola

La storia unionista non è fatta soltanto da calciatori, ma anche da molti altri personaggi che appaiono meno in copertina pur svolgendo mansioni di vitale importanza nell’economia della società. Uno di questi è senza dubbio il dottor Sergio De Santis, storico medico sociale: lo abbiamo avvicinato per una chiacchierata che conclude il primo ciclo di interviste-amarcord dopo circa un anno in cui abbiamo ripercorso buona parte della storia ultracentenaria del club biancorosso. Dopo la pausa estiva, le interviste riprenderanno con nuovi protagonisti e comprimari del lungo volo del Grifone unionista.

– Dottor De Santis, sei stato per molti anni medico sociale del Grosseto: quali sono i ricordi più vivi di quel periodo?

Sono molti i ricordi che mi legano alla mia lunga esperienza di medico sociale, non soltanto al Grosseto. Non voglio dimenticare gli anni passati alla Nuova Grosseto e con la rappresentativa della Federcalcio, ma neanche le varie altre realtà che ricordo con piacere. C’è stato persino un periodo in cui seguivo anche più squadre in contemporanea, dato che negli anni Ottanta lavoravo a Siena e mi occcupavo sia del Montalcino che della Nuova Grosseto dividendo gli impegni. Non ho mai saltato un anno seguendo anche altri sport, come la boxe o la Cooperativa Atlante di calcio a cinque, con cui mi sono tolto delle belle soddisfazioni sui campi di tutto lo stivale. Tuttora seguo la squadra di calcio femminile dell’Azzurra.

– Sembra di capire che la tua è stata una vita faticosa.

Ci sono state annate in cui seguivo sia la prima squadra che la Berretti del Grosseto ed a casa non c’ero mai: è stato faticoso, ma anche ricco di soddisfazioni. Partivamo tutti insieme e facevo la stessa vita della squadra spesso allenandomi al fianco dei giocatori. Alla fine, però, il fisico chiede il conto di tutte le trasferte lunghe molte ore: un anno siamo andati cinque volte in Sardegna, senza contare le volte che siamo andati in posti lontani come Acireale. Nonostante ciò, rifarei tutto quello che ho fatto in quelle annate indimenticabili.

– C’è qualche aneddoto che ricordi con simpatia?

Di aneddoti ce ne sarebbero davvero molti, non tutti riportabili in un’intervista, ed è difficile sceglierne qualcuno in particolare. Ricordo le partite con le grandi squadre come il Napoli o la Florentia Viola: che giornate! Contro la Florentia Viola, che poi era la Fiorentina, vincemmo due a zero con doppietta di Chadi in uno stadio Zecchini stipato all’inverosimile. Dai campetti di provincia a sfidare le grandi squadre: ho vissuto anni bellissimi fatti anche di grandi sfide.

– Come era il rapporto con i giocatori e lo staff tecnico?

Pur nel rispetto dei ruoli che ognuno di noi aveva, mi sono sentito sempre all’interno di una famiglia. In quegli anni sono nate delle belle amicizie e c’era un bel clima tra di noi, al punto che i giocatori mi consideravano quasi un padre. Si respirava la fiducia che c’era tra noi: spesso mi è capitato di fare da punto di riferimento per tanti giocatori e per le loro famiglie per quanto riguarda l’aspetto sanitario e non solo.

– La tua prima esperienza risale al 1974-75 al fianco del “mitico” Dottor Cambri.

Provenivo da Roma ed avevo provato anche a giocare a calcio nella capitale dove nel 1969 mi ero laureato. Mi ero trasferito a Grosseto sposandomi nel 1970 ed avevo iniziato a frequentare l’ambiente biancorosso tramite il dirigente Silvio Cherubini che era stato tra i miei testimoni di nozze. Ad un certo punto, fu proprio lui a chiedermi di entrare a far parte dello staff sanitario della squadra. Erano altri tempi rispetto ad oggi, un po’ più ruspanti, in cui il medico sociale non andava in trasferta, però la professionalità c’era già allora. Grosseto, in quegli anni era una cittadina di provincia ed era più facile avvicinarsi ad una società sportiva rispetto alla realtà di Roma. In quella stagione familiarizzai molto con i giocatori, mi allenavo con loro e ricordo che a fine stagione il calciatore Biloni mi regalò il cappellino con cui si allenava nei mesi invernali. Lavorando all’interno dell’ospedale della Misericordia a Grosseto diventai una sorta di punto di riferimento per tutti questi giocatori che, magari, provenivano dai luoghi più disparati ed avevano bisogno di una persona di fiducia.

– Dopo un solo anno, però, si interruppe la tua collaborazione con il club unionista.

Si vennero a creare delle situazioni per cui non era più possibile la mia permanenza all’Unione Sportiva, ma rimasi in buoni rapporti con i giocatori e questo mi consentì di inserirmi nel giro delle squadre dei dintorni. A Scansano vincemmo Terza e Seconda Categoria, per arrivare poi al secondo posto in Prima Categoria alle spalle di quel Marina che successivamente sarebbe diventata la Nuova Grosseto ed avrebbe voluto prendere il posto dell’Unione Sportiva Grosseto. Quando nacque la Nuova Grosseto, i dirigenti mi interpellarono ed andai a ricoprire il ruolo di medico sociale con loro. Era l’epoca di Franchini e rimasi in questa società per tredici anni. Negli anni successivi sono stato anche a Batignano, a Rispescia ed in altre realtà che mi hanno permesso di entrare in contatto con tutti i più noti tecnici della Maremma.

– Tornasti al Grosseto nel 1995, nel bel mezzo dello “sprofondo biancorosso” avvenuto a causa delle note vicende legate ad Anzidei.

Dalla metà degli anni Settanta si erano avvicendati altri medici sociali come Franco Simoni e Gianni Baldi, poi la squadra tornò tra i professionisti nel 1995 e venne deciso di riorganizzare tutto lo staff, così mi fu chiesto di rientrare. Nella squadra che non disputò il campionato c’erano dei giocatori come Manfredini che provenivano dalla Juventus ed altri elementi di ottimo livello come Pilleddu e Borneo. Il presidente Anzidei, però, non iscrisse la squadra alla serie C2 e ripartimmo dall’Eccellenza con l’effimera presidenza di Quartaroli Fava che durò pochissimo. A Primavera, con la squadra ormai retrocessa in Promozione, subentrò Moretti ed il Grosseto iniziò il proprio percorso di risalita con Cacitti allenatore. In quegli anni, tra l’altro, la squadra si allenava al “campino” di viale Michelangelo che era ben più sconnesso rispetto ad oggi che è stato sistemato e dedicato alla memoria di Nilo Palazzoli. Al fianco di quello che è oggi il “Palazzoli”, dove oggi c’è un parco giochi, c’era un altro piccolo campetto sterrato in cui ci allenavamo.

– Nei tuoi lunghi anni alla Nuova Grosseto hai lavorato al fianco di Nilo Palazzoli.

Nilo era una persona splendida, ci tengo particolarmente a sottolinearlo. Una grandissima persona, indimenticabile. Sono tuttora amico con sua moglie e con i figli, era una persona fantastica. Lui e il grande presidente Mario Ferri, che guidava il Grosseto all’epoca della mia prima esperienza a metà anni Settanta, sono persone che ricordo con grande piacere sia sul piano umano che sotto il profilo professionale.

– Dal 1999 tornasti ufficialmente in sella come medico sociale.

Nella seconda metà del decennio avevo continuato, comunque, a dare una mano nello staff e nel 1999, il presidente era ancora Moretti, tornai ad essere medico sociale del Grosseto: c’era intorno a me uno staff di prim’ordine anche se militavamo in serie D. C’era Amedeo Gabbrielli come preparatore ed il massaggiatore era Ciccio Tognelli, Due ottime persone. Piano piano, soprattutto con il ritorno tra i professionisti, sono arrivati quei validissimi elementi che hanno fatto la storia in casa grossetana come Mario Fei, Angelo Cianfana ed Edoardo Laiolo. Volli io il dottor Laiolo nello staff, perché c’era bisogno di un elemento così preparato. È molto bravo come ecografista e lo chiamai perché c’era bisogno di uno come lui, dal momento che stavamo riorganizzando tutto lo staff sanitario. Portai anche Marco Pieri, che per anni è stato massaggiatore del Grosseto: era mio infermiere all’ospedale e poi si è specializzato come massaggiatore. Non è mai mancata la professionalità, lo ribadisco e mi fa piacere sottolinearlo. Oggi si sente spesso dire in Serie A la frase “Aspettiamo la risonanza prima di esprimerci sull’entità dell’infortunio”, ma noi già in quegli anni avevamo raggiunto quello standard di qualità applicando quella metodologia di lavoro.

– Anni indimenticabili, quelli della cavalcata biancorossa tra i professionisti.

Quanti bei ricordi di tante trasferte in giro per l’Italia con Enzo Madau, Luciano Cafaro e tutti gli altri dirigenti! Mi capita ancora di sentirmi al telefono con i protagonisti di quegli anni ed il clima è lo stesso di allora, segno che ci siamo lasciati a vicenda qualcosa dentro. Non è stato tutto rose e fiori, è normale che sia così, ma i ricordi positivi prendono senza dubbio il sopravvento. Dopo alcuni anni di Serie B la situazione era, però, diventata pesante sul piano burocratico, tra Inail ed assicurazioni, e così preferii farmi da parte.

– Negli anni seguenti sei stato anche a Gavorrano.

Lasciato il Grosseto, ritrovai Cacitti ed il massaggiatore Tognelli a Gavorrano. Era un impegno minore rispetto alla Serie B, ma stetti bene anche con il club gavorranese.

– Quali sono stati i giocatori che ti hanno entusiasmato di più?

Non è facile rispondere a questa domanda, anche perché non sono un tecnico e non mi sono mai ritenuto tale. Sono un medico e non ho la competenza per poter giudicare un giocatore, ma penso di poter indicare Andrea Parola ed Andrea Lazzari come gli elementi con qualcosa in più rispetto agli altri. Un altro calciatore che mi piaceva molto era Ramacciotti. Se si vanno a vedere le statistiche di quel periodo, si nota che molte delle reti di Meacci sono state propiziate dagli assist di Ramacciotti. Negli anni della Nuova Grosseto rimasi molto impressionato da Sandro Maiolino, grande ex unionista. Vorrei, infine, ricordare Bruno Chinellato: ho lavorato un anno insieme a Bruno ed ho visto poi diventare allenatori a loro volta i suoi figli, Gianluca e Paolo. Nel 1995-96, Paolo Chinellato ha indossato la maglia biancorossa nella stagione più complicata della storia biancorossa.

Giulio De Paola

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