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Mirko Pieri: “Passare dai dilettanti alla Serie A fu un’esperienza incredibile”

Mirko Pieri (1978) è stato probabilmente negli ultimi anni il calciatore che ha avuto la miglior carriera una volta che ha lasciato il Grosseto. Il suo debutto risale alla disgraziata stagione 1995-96 in Eccellenza ed è rimasto in biancorosso per cinque anni per poi iniziare il lungo percorso che lo ha portato ad indossare i colori di Perugia, Udinese, Sampdoria e Livorno fino al 2012. È dei mesi scorsi il suo ritorno in campo dopo un paio d’anni di inattività.

Stagione 1995-96, il Grosseto era allenato da Lamberto Pazzi e navigava a vista in Eccellenza.

<< Quell’anno fu davvero particolare. Per cause legate al momento che stava vivendo la società, vennero inseriti molti giovani provenienti dal settore giovanile come me e David Galli. Nonostante la retrocessione,  figlia del caos societario del dopo-Anzidei, ricordo quella stagione con piacere, perché noi giovani eravamo comunque contenti di giocare in prima squadra. Eravamo felici poiché Grosseto era comunque una realtà di spessore in quella categoria. In quegli anni, peraltro, il livello dell’Eccellenza era più che dignitoso. Sono ricordi belli, anche perché ebbi l’opportunità di giocare spesso nonostante la giovane età>>.

Dal 1996-97, sotto la presidenza Moretti e con Cacitti allenatore, iniziò la risalita unionista.

<< Vincemmo due campionati consecutivi, ricordo bene quel periodo con Cacitti in panchina che coincise con la rinascita del Grosseto. Una volta risaliti in Serie D, poi, giocai ancora due anni in biancorosso, poi nel 2000 passai al Perugia>>.

Erano gli anni del magazziniere Mario Magnani e del massaggiatore Ciccio Tognelli.

<< Mario Magnani era il suocero di Cacitti. Ricordo sia lui che il mitico Ciccio Tognelli come due istituzioni del Grosseto, sempre molto disponibili con tutti. Magari a volte brontolavano un po’, ma erano persone eccezionali e professionali. Con loro si stava bene e cercavano sempre di darci una mano>>.

Come si realizzò il tuo passaggio al Perugia?

<< Nel corso della stagione non c’erano state avvisaglie di un mio trasferimento e, quindi, non avevo particolare pressione addosso quando scendevo in campo. A fine stagione iniziò a circolare la voce che Moretti avrebbe passato la mano e d’estate, mentre ero in ferie, si concretizzò il mio passaggio al Perugia>>.

Con la maglia perugina debuttasti in Serie A.

<< Quell’anno fu come vivere un sogno: passavo dal Campionato Nazionale Dilettanti alla Serie A al fianco di giocatori che fino al giorno prima avevo visto soltanto in televisione. Fu davvero un sogno. Vissi il ritiro con una grande ansia addosso, poi venne il campionato ed iniziai a rendermi conto che in Serie A potevo rimanerci. A quel punto, quando scendi in campo abbassi i piedi per terra e ti rendi conto che sei diventato un calciatore professionista>>.

Dal 2001 al 2006 hai giocato ad Udine.

<< Di Udine conservo un bel ricordo, come di ogni altro posto in cui ho giocato, e mi sento ancora con amici di lassù. Il primo anno l’allenatore era Hodgson, che venne poi esonerato e sostituito da Ventura.>>

Per tre anni hai indossato la maglia blucerchiata della Sampdoria.

<< A Genova ho vissuto un’esperienza diversa da Udine. È una piazza più calda in cui ci sono due squadre: o sei doriano, o sei genoano ed il senso di appartenenza è molto forte. A Udine il tifo è diverso, c’è un clima più tranquillo, anche perché è una città più piccola rispetto a Genova. Quella ligure è una piazza vera con una tifoseria molto calda che non risparmia contestazioni molto dure e sottopone i giocatori a pressioni piuttosto elevate>>.

In blucerchiato sei stato allenato da Novellino.

<< Mi sono trovato bene con tutti gli allenatori che ho avuto in carriera, pur con tutti i normali alti e bassi che possono esserci. Il primo anno a Genova sono stato allenato da Novellino e mi sono trovato bene con lui, anche se aveva un carattere particolare. Quando l’ho ritrovato a Livorno mi ha trattato come un figlio, perché mi aveva già allenato con la Sampdoria>>.

A Genova hai avuto anche Mazzarri.

<< Mazzarri sul piano umano stava un po’ sulle sue, non dava troppa confidenza ai giocatori. Il nostro era un rapporto professionale, da capo e dipendente. Devo dire che non mi sono trovato male con lui, visto che sono sempre stato titolare>>.

Hai chiuso la tua carriera professionistica a Livorno nel 2012, ma da pochi mesi sei tornato in campo con il Camaiore in Eccellenza.

<< Sono tornato a giocare dopo due anni di pausa. Dovevo occuparmi del settore giovanile, ma parlando con la dirigenza è nata questa opportunità e ho indossato di nuovo gli scarpini. Mi mancava il clima dello spogliatoio, mi mancava anche la tensione della partita ed eccomi di nuovo in campo in Eccellenza>>.

A Perugia hai avuto anche come compagni di squadra Ma Mingyu e Ahn Jung-Hwan.

<< Quando Ma arrivò a Perugia era stato capitano della Cina, era un personaggio importante dalle sue parti ed aveva molti giornalisti cinesi al seguito. Mi colpì molto la sua umiltà, era un ragazzo fantastico e si mise subito a disposizione della squadra. Si vedeva che non era abituato ai nostri ritmi, ma si sacrificava e si impegnava. Come giocatore non era male, fuori dal campo era timido e non riusciva forse a mettere da parte questa sua timidezza quando scendeva in campo. Ahn era forte, era un giocatore vero. Venne accolto un po’ in sordina, poi dimostrò di essere un campione vero e ce lo ricordiamo bene anche ai Mondiali (segnò il golden gol che eliminò l’Italia alla rassegna iridata di Giappone e Corea 2002, ndr)>>.

Sei stato compagno di squadra anche di Saadi Gheddafi.

<< Gheddafi è stato mio compagno di squadra ad Udine e a Genova: con noi non usciva praticamente mai, si vedeva soltanto al campo. Era un personaggio conosciuto a livello mondiale per quello che rappresentava suo padre in quel momento, quindi era un po’ una situazione particolare. Nonostante questo, però, con noi era sempre disponibilissimo pur avendo una mentalità profondamente diversa dalla nostra dovuta anche al fatto di essere il figlio di un importante capo di Stato. Era un personaggio seguito da tutto il mondo, aveva tutti gli occhi addosso>>.

Come ci si sente a calcare i campi della Serie A?

<< Sono sempre stato bene ovunque ho giocato. Militare in Serie A è un’esperienza particolare, quasi surreale, in cui tutti ti portano su un piatto d’argento e ti considerano un po’ più su del normale. Vivere certe esperienze in giovane età è qualcosa di incredibile ed è tutto molto bello>>.

C’è qualche tuo compagno di squadra che pensavi potesse avere una carriera migliore rispetto a quella che ha fatto?

<< È una domanda difficile, davvero. Penso che ad ogni livello ci siano calciatori che raccolgono meno del previsto perché entrano in ballo fattori legati a situazioni, a momenti ed anche alla fortuna. A Grosseto penso che giocatori come Bindi e Ferri siano un po’ l’emblema di tutto ciò: avrebbero meritato di calcare palcoscenici ben più importanti>>.

Siamo giunti alla fine della nostra chiacchierata, a te la parola.

<< Vorrei concludere salutando tutti gli amici grossetani ed i tifosi unionisti. Seguo ancora la squadra, non dimentico il Grifone>>.

Giulio De Paola

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