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La pillola di Eracle. Una mano per Luciano Moggi

Come un buon vino, quella di oggi è una storia che con gli anni ha preso un sapore più corposo. Dell’eterno odiato che sto per raccontarvi, in alcuni paesi più radicalizzati, la sua effigie è stata al centro delle fiamme votive di molte feste della Giobia. Uomo ambiguo, scaltro dalla nascita, che prima della gigantesca onta che lo travolse, si dilettava nell’essere un cinico procuratore impelagato, come altri prima di lui, nella gavetta del settore dilettantistico. Il successo giunse poco dopo in tutto il suo spessore: in tutta la sua purezza: in tutti i suoi carati. Fu tale il giungere del successo, da essere sintomatico di un suo futuro congedo altrettanto altisonante. La fortuna difatti, non molto dopo, si rigirò a lui, come uno rovescio in pieno volto. Per concludere, per quanto gli possa aver fatto male, ho goduto come se lo avessi dato io, quel rovescio.

Ringrazio Franco Lunghi, in arte Blodo. Buona pillola. Il vostro PM.

<<Iniziamo col mettere i puntini sulle i. Alla mia ottuagenaria età ho la fortuna di ricordare questo avvenimento, secondo per secondo, ma la mia memoria è pigra per numeri, codici, nomi e luoghi attinenti al caso. Quindi non vi offendete se rimango vago con la datazione e le generalità. Detto ciò, veniamo a noi. Correva l’anno… erano gli anni Settanta, anni ruggenti per la società calcistica dell’Orbetello. Il presidente all’epoca era Bastogi, il campionato affrontato l’Interregionale. Il “Vezzosi”, in quello che era allora considerato un poderoso trampolino di lancio, ospitava tra le sue mura un buon numero di talenti. Senza impegni formali, il mio ruolo all’interno della società era quello di dirigente. Tantissime furono le motivazioni che mi attirarono verso quei colori, una fra tutte: il legame profondo con il mio paese: l’intreccio emotivo provato quando si tifa la squadra di casa, nel bene e nel male. In aggiunta al fatto che avevo un buon fiuto per gli affari, dote alquanto ricercata in certi ambienti. Proprio il mio fiuto per gli affari, mi pesa dirlo, mi portò ad essere pesce e non più lenza.

Il giorno che diede vita a tutto, ci trovavamo a Iglesias per giocare con l’omonima squadra locale uno scontro valido per un qualcosa non inerente alla storia. Lasciatemi il beneficio del dubbio che si addice alla mia età, in quanto non porto sicurezza di quello appena detto. Benché il nocciolo della questione sia un altro, al ritorno dalla partita, o nell’ipotesi alternativa, durante la stessa partita disputata però contro l’Olbia, ci fermammo ad Olbia per assistere ad una gara interna della squadra di casa. Lascio i dettagli ai poeti e arrivo prettamente a dirvi che in quel campo, forse è meglio generalizzare, in quella trasferta, vidi per la prima volta il giocatore della discordia. Un po’ avanti con l’età forse, riusciva comunque a muoversi come una ballerina, aggraziato e preciso con il calcio. Ci vollero pochi attimi di consultazione con gli altri dirigenti per concordare che quel giocatore sarebbe entrato perfettamente in una maglia bianco-celeste. Una volta d’accordo, partimmo alla ricerca del suo procuratore, dato che uno così doveva per forza avercelo un procuratore. A quei tempi Luciano Moggi era, passatemi il termine, procuratore/consulente in procinto di diventare dirigente. Nel caso in questione, indossò la giacca del procuratore ed occhiali Carrera che lo rendevano altero e allo stesso tempo macchiettìstico. Moggi senza tanti scrupoli mise lo zampino nella trattativa, privo di pressioni da parte nostra nel rispetto dell’amicizia che la società osservava nei suoi riguardi. I suoi consigli erano oro colato, anche se alla fine era sempre lui a guadagnarci. Chiudemmo l’affare ad una cifra considerevolmente vantaggiosa per il suo assistito. E Luciano sobillò, come solo lui sa fare, da dietro le quinte, rassicurando il “popolo” che il gioco sarebbe valso la candela.

La stagione successiva bussò alle porte come una testa d’ariete. Era arrivato il momento di vedere quel fuoriclasse all’opera. Scalpitanti come adolescenti, ci trovammo di fronte alla realizzazione dei nostri desideri più rosei. Lentamente ci rendemmo conto di chi avevamo acquistato, dimenticando il fior fior di quattrini sborsati. La giostra aveva iniziato a girare alla perfezione e noi ci godevamo quel prillo vincente. Giravamo, giravamo, e giravamo ancora. Ignari di ciò che ci attendeva una volta scesi. Nessuno di noi infatti si sarebbe mai immaginato che quella giostra potesse avere sedili tanto fragili. Il fuoriclasse si ruppe alla terza giornata, concludendo la sua stagione con centoventisette minuti giocati. In quel momento, tutti noi assaporammo il sapore ferroso dell’amo infilatosi nelle nostre carni.

Il martedì della settimana successiva all’infortunio, venimmo a sapere che il problema fisico del giocatore non era stato improvviso, bensì il fuoriclasse era atterrato all’Idroscalo già claudicante. L’amo era completamente entrato. A quel punto rimaneva solo una cosa da fare, chiamare Moggi e chiedere spiegazioni. “Lucianone” accorse senza farsi attendere, all’oscuro (o forse no) di quello che stava per succedergli. I toni si scaldarono velocemente. Eravamo automobilisti che recriminavano al venditore di avergli rifilato una macchina usurata al prezzo di libretto. Sarebbe finita in favella, noi con le spalle al muro, lui fuori dai radar. Così decisi: aprii la mano e gli avventai una cinquina. Forse presi male la misure, perché più che una cinquina in pieno volto uscì un buffetto a raso. Resta il fatto che avevo alzato le mani verso il futuro dirigente di Juventus, Roma, Lazio. La reazione, in pieno stile Moggi, non avvenne. Ed io, per indole pacifista, mi sorpresi del gesto compiuto.

Adesso, a quasi quarant’anni di distanza, mi rendo finalmente conto che quel buffetto poi tanto male non ci stava>>.

Pietro Mecarozzi

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