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La pillola di Eracle. La paura per una rete.

Quelli più avanti con l’età ricorderanno con facilità come usava additare nei tempi addietro un diverso: a prima vista. C’erano quelli che indossavano le camice nere, quelli strani e animaleschi soprannominati “I Capelloni” e come dimenticare i brutti, sporchi e cattivi dei tatuati. Torna sempre comodo giudicare, intendo in generale, oggi come ieri: è la natura dell’uomo. Ma oggi più di ieri la storia ci insegna ad andare oltre: i Capelloni infine si sono confusi, chi è rimasto fedele alla Libertà ispirante la corrente originale chi invece ha rinnovato la moda tra gli emergenti bombaroli. Quindi leggiamolo questo fottuto libro prima di giudicarlo. Ringrazio L.T., come sempre. Buona pillola. Il vostro PM.

<<Il messaggio arrivò forte e chiaro. La società sportiva del Grosseto non voleva avermi più tra i piedi. Forse ho marcato troppo la mano, mi correggo, non voleva avermi più tra i piedi in quel momento, in quella stagione. Il messaggio che arrivò era quello che s’aspetta un cane dopo aver pisciato sulla tappezzeria. Ero fuori. Precisamente ero stato spedito in prestito a Policoro, in provincia di Matera. Correva l’anno 1970 e il Policoro Calcio militava in Serie D.

Avevo diciotto anni e una testa da dare in pasto ai maiali. Anche se me la cavavo discretamente tra i pali, quella nuova esperienza mi castrava. La squadra era inferiore agli standard richiesti dalla categoria, e il presidente della società – persona alquanto losca – riusciva ad imprimermi quell’insicurezza che alla mia giovane età poteva bruciarmi.

La mia storia comincia in una domenica di Novembre, in quello che in Lucania chiamano inverno. Scesi dalla casa dove io e altri tre ragazzi alloggiavamo. Mi recai al locale dove ero solito fermarmi a bere un gotto. All’interno trovai uno dei Dirigenti della società, tre o quattro avventori ai tavolini e una mignatta sbronza barcollante che vociava ed elemosinava birra. Non feci molto caso a quell’ubriacone, finché non oltrepassò il limite. E che sia chiaro, perdevamo molte partite, ma ci mettevamo del nostro meglio per evitarlo. Fatto sta che anche in quella domenica non eravamo riusciti a portare punti a casa. E quell’uomo lo ripeteva con arroganza e furia, irrorando senza remora su tutti i giocatori, me compreso. Non ressi molto. Il Tizio in questione era sfregiato dalla testa ai piedi, in ricordo di chissà quale sparatoria o alterco poco civile collezionava sul volto sette ripugnanti cicatrici, un foro appena richiusosi sulla spalla e un sorrisone cucito appena sotto il collo. Sputai quattro parole, stupide, che non ripeterei per niente al mondo. L’uomo si bloccò e insieme smise di parlare. Gli occhi gli si gonfiarono, la vena sul collo, sopra al sorriso cucito, prese una sporgenza preoccupante. Mi preparai alla raffica, in qualsiasi forma. Ma non arrivò. Il Dirigente della Policoro mi agganciò per il colletto e mi trascinò all’esterno del locale. Dopo un primo rimbrotto severo mi spiegò la gravità della mia offesa. Quello era uno scagnozzo dell’allora Sindaco, all’epoca in combutta con il Presidente della Policoro, il mio presidente. Come dicevo la testa era quella che era, lasciai scivolare l’avviso e mi diressi a casa sgombro di ansie.

Il tragitto filò liscio, a casa mi coricai e, una cosa tira l’altra, arrivò la domenica successiva. Non che dormii sette giorni filati ma la storia che ci interessa non vuole virgole, bensì punti. Quelli che non arrivarono neanche la domenica dopo, e neanche quella dopo ancora, ma questa è un’altra storia. Scesi al bar anche quella domenica, il Tizio era lì, con gli altri avventori. Il tempo di affacciarmi nel locale che me lo trovai di fronte. “Vieni con noi. A Marina”. Quella “Marina” distava tre km da Policoro, vi si andava d’estate non certo a Novembre. Presi ad agitarmi, a fare domande per prendere tempo.“ Vieni senza fare troppe domande!”. Accidenti a me pensavo, e al Grosseto e a quella fottuta rete che oggi potevo evitare e infine accidenti a Policoro. “Hm va bene, ma lui viene con noi”. Afferrai il Dirigente – come lui fece al tempo con me – che dopo il terzo bicchiere teneva la resistenza di un budino. Salimmo in macchina, io e il Dirigente, il Tizio e due avventori noti. Il viaggio sembrò durare un’ora. Un’ora nella quale non fu pronunciata parola alcuna. Pensavo a quello che pensa un condannato. Me la facevo nei pantaloni e tutto per quella cazzo di rete pensai. Arrivammo a destinazione e, una volta scesi, il Tizio mi si fece sotto. Da vicino faceva ancora più paura. “L’altra sera abbiamo discusso tu ed io. Questo è sbagliato”. Ci siamo, ora mi schiaccia. “Caro mio, non sai quanto mi dispiace di essere stato così scortese. Ti chiedo scusa. Accetti le mie scuse?”. Crollai seriamente, se non fisicamente almeno di tonalità in melanina. Avevo sbiancato e faticavo a rispondere, così da far credere al Tizio che non era sicuro che avrei accettato le sue scuse. “Allora?” mi risvegliò il trio. “S-si certo signore, come se non fosse successo nulla”. Anche se qualcosa era successo: avevo perso almeno cinque anni di vita.

Tre mesi dopo chiamò la Leva. La mia esperienza a Policoro fu effimera, intensa ma comunque di novanta giorni. Afferrai le valige e aprii la porta, quando il telefono squillò. Era il Tizio. Voleva a tutti i costi parlare con me. Rividi quella scena, quella spiaggia, la maledetta rete subita. Alzai la cornetta e la voce che tanto mi aveva fatto tremare, questa volta mi pregava di fargli l’onore della mia presenza al matrimonio della sorella. Naturalmente non accettai. Naturalmente ero di nuovo scosso e interdetto. Levai le tende in fretta da quel posto, da quel Tizio e da quella maledetta rete.>>

Pietro Mecarozzi

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