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La pillola di Eracle. Il poeta con i guantoni

Nascondersi dietro scuse banali come influenza o, peggio ancora, ammutinamento da sovraccarico di lavoro, non è da me. Quindi chiedo venia per il mio sabato fascista, rimandando il tutto a giudizio popolare: perché dopo mesi e mesi di studio nella asfittica Firenze, potete ben immaginavi cos’è tornare nella cara Maremma, anche solo per un giorno. Ma adesso bando alle ciance, la storia di oggi parla di chi sa parlare e di tale dote ne fa il proprio cavallo di battaglia.

Ringrazio N.P, ma soprattutto Fabio per la pazienza. Buona pillola. Il vostro PM.

<<La partita con l’Orbetello aveva sempre un suo perché. A partire dal semplice fatto che la metà dei giocatori titolari in quella stagione, erano tra i miei più cari amici. Amici che rischiai di perdere dopo quello che avvenne durante il derby che mi appresto a raccontavi, ricordato da molti come uno dei più divertenti e strani negli ultimi dieci anni.

A quell’epoca militavo negli Allievi provinciali, se non erro la stagione era quella del 2007/2008. Il derby era alle porte e, anche se il vantaggio della partita di andata ci consentiva di affrontarlo in maniera più serena dei nostri avversari, la tensione era alle stelle. Un sonoro 4-3 tra le mura del “Vezzosi” non era certo cosa di tutti i giorni e conoscendo lo spirito dei ragazzi di Orbetello, sapevamo che questa volta la partita era stata preparata nei minimi dettagli. Senza prolungarmi oltre, vi riporto al centro del gioco e della storia.

Vigile e guardingo proteggevo, come di norma, le spalle ai miei compagni. La cosa più che rassicurarli li impensieriva, c’era una sorta di repulsione fra me e il calcio, in tutte le sue forme. Conscio del fatto, compensavo il gap con una lingua biforcuta da fare invidia ai serpenti di Medusa e mai come in quella partita diedi campo aperto a quel mio fare da bardo.

Il match prese sin dagli albori la direzione sbagliata. Dopo soli 20 minuti l’Orbetello si era portato in vantaggio per ben due volte: due proiettili che oltre a piegarmi le mani avevano ammutolito il “Combi”. Davamo l’impressione di essere su un altro pianeta: Bilancini, Calchetti e Venzanzi galoppavano a destra e a manca indisturbatamente, prendendo a volte confidenze impensabili per una squadra ospite. Al 30’ però scattò una molla: una palla filtrante mise Bilancini a tu per tu con il sottoscritto: grazie ad una semplice finta, il numero 9 scavalcò la mia tenue resistenza e, se non fosse stato per il placcaggio che inscenai, avrebbe insaccato la rete del 3 a 0. Rigore marcio. Il tuffo fu di un tale spessore teatrale da farmi cadere sopra l’attaccante con le labbra che per poco non sfiorarono le sue, in un casqué da mille e una notte. Qualcuno sulle tribune rideva, altri si passarono la mano sulla fronte. Segnando quel rigore l’Orbetello avrebbe messo un sigillo definitivo sui tre punti e sul derby in questione. Mi rialzai lentamente, pronto a chiedere scusa ai miei compagni, quando con sorpresa mi trovai di fronte un marasma di giocatori lanciati contro l’arbitro. Chiesi quale fosse il motivo, mentre Calchetti – il mio compagno di banco di allora – posizionava la palla sul dischetto, pregustando la gloria del tifo. Il rigore era stato assegnato, ma il mio centrale di difesa Gianluca Bernacchini ebbe la fantastica idea di giocarsi l’ultima carta, quella dell’ostruzione. Credetemi, nessuno sano di mente avrebbe mai potuto confondere quel Spear Tackle in piena regola con un tentativo di ostruzione dell’attaccante sull’ultimo difensore, me medesimo. Tutti, tranne l’arbitro di turno. Tentennante sin dal fischio d’inizio, più simile ad un cinguettio, il direttore di gara sembrò in un primo momento non cogliere le parole che il mio compagno aveva appena fatto cadere. Fu allora che presi spunto e mi feci spazio tra le maglie, amiche e non, agguantai l’arbitro per le spalle e lo trascinai dolcemente fuori dall’aria. Si trattava di un ragazzo poco più grande di me, impaurito e inconsapevole di quello che stava per accadergli. Colsi l’occasione e sparai la prima cosa che mi passava per la mente: “Signor arbitro, lasci perdere gli altri, la capisco, anche i migliori possono sbagliare”. Fu subito amore. Rapito dal mio fascino di unico giocatore che si era mostrato comprensivo ed educato, quel ragazzo bevve tutti i neologismi che andavo pescando dal mio vocabolario politicante. Pendeva letteralmente dalle mie labbra. Nel frattempo Calchetti cominciò a mangiare la foglia, conoscendo le peripezie cui ero capace. La seduta durò cinque minuti nei quali un silenzio siderale prese il posto delle polemiche iniziali, ormai acqua passata. Tornammo nell’area di rigore con un verdetto che di sicuro avrebbe fatto piangere uno dei due allenatori. Con un movimento repentino il direttore di gara, per gli amici Mauro, tolse il fischietto dalle labbra ed indicando il punto dove era avvenuto lo scontro disse: “Rigore annullato. Il gioco riprende con una punizione per l’Albinia. Ostruzione del numero 9 sul portiere”. In quel preciso istante l’ultima fila della tribuna si ritrovò pressapoco sul rettangolo verde, avrei potuto quasi toccarla. Il tafferuglio fu cruento per quanto effimero, ancora oggi mi chiedo come nessuno possa aver dato un pugno a quel ragazzo (senza offesa Mauro), per trasformarsi subito dopo in sana incredulità. La gara riprese, l’Orbetello andò a segno di nuovo mentre noi accorciammo miseramente le distanze con una singola rete. A dieci minuti dalla fine il risultato vedeva i bianco-celesti avanti di due lunghezze. Non chiedetemi né come né perché, quella partita si concluse 4 a 3 per noi, in un tripudio di cartellini rossi e minacce in stile Terza Categoria brasiliana. Senza essere armati però. Per concludere, vorrei citare Nanni Moretti con la sua più volgarmente celebre frase, perché signori miei “Le parole sono importanti”.>>

Pietro Mecarozzi

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