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Grosseto, ma quanto costa la serie D?

Qualche numero tra incassi, spese e prospettive future nella Serie che accoglie formazioni storiche come Parma e Venezia. Per certi aspetti meglio dell'inferno Lega Pro

Si riparte dalla Serie D. E’ così che finiscono le storie di tantissime società di calcio italiane, passate da anni gloriosi al fallimento in pochissimo tempo. Il Parma è soltanto l’ultimo esempio di una storia che nel nostro Paese ha riguardato altre società storiche, costrette a ripartire dai Dilettanti per inseguire di nuovo il sogno di calcare palcoscenici importanti. Non importa se il gli emiliani sono passati da trasferte come San Siro a Mezzolara, frazione di circa 2000 abitanti. Il filo che lega il destino della nuova società dei ducali con la vecchia è sottile, ed è tessuto dalla passione dei tifosi. Si riparte dalla Serie D dunque, quella serie di dilettanti che è un po’ il trampolino di lancio di chi vuole tornare grande e il rifugio di chi non può permettersi la Lega Pro.

La Lega Dilettanti non vede certo girare cifre paragonabili a quello dei campionati superiori, e anche per questo il numero di presidenti in grado di permettersela sono maggiori rispetto ad altre serie. Prendiamo come esempio una squadra di buon livello come il Grosseto, in lotta per il primato nel suo girone. Una società come i toscani potrebbe spendere generalmente intorno ai 1500 euro netti al mese per l’allenatore (media nazionale), mentre gli stipendi dei giocatori variano in base a età e ruolo all’interno della formazione. Se il classico “top player” può arrivare a percepire fino a 750 euro a settimana, un giocatore medio guadagna di solito circa la metà, mentre un giovane non ancora affermato arriva a prendere non più di 500 euro al mese. A conti fatti, il budget di un club di Serie D varia dai circa 400mila euro annui delle squadre che cercano di salvarsi ai 900mila (e a volte qualcosina di più) di quelle in lotta per la promozione in Lega Pro. Sempre che il passaggio di categoria sia desiderato.

Non tutte le squadre infatti hanno i fondi necessari per sognare il balzo in avanti. Recenti dati dimostrano che il passivo medio di chi gioca nella terza serie italiana supera il milione di euro a stagione, una cifra non alla portata del portafogli di tutti i presidenti. La FIGC ha deciso di abolire la seconda divisione della Lega Pro (la vecchia C2, per intenderci) al fine di aumentarne il livello e consentire la presenza di iscritti in grado di sostenere le spese. Non sempre però questo è possibile, e i ritardi nei pagamenti degli stipendi dei calciatori sono ormai un’abitudine della categoria, purtroppo costretta a guadagnare “in nero” con casi di combine che infangano il nome dello sport e delle società pulite. Una difficoltà frutto dell’assenza di sponsor con fondi economici sufficienti a garantire la copertura di almeno parte delle spese. Non tutti hanno il nome del Parma per permettere a una società come Sky di investire una cifra piuttosto importante, e l’Italia non ha nel marketing l’appeal di altri Stati. Basti pensare a squadre storiche come il Glasgow Rangers, che nella Championship scozzese (equivalente della nostra Serie B per gerarchie ma non per livello) ha recentemente trovato l’accordo con 32Red per una partnership decisiva per tentare il ritorno nella massima serie prima e in Europa poi. Strano che in uno Stato dedito al dio calcio come il nostro non si riescano a proporre contratti così convenienti a squadre che cercano di risalire. Con la conseguenza di rimanere intrappolati in debiti, ritardi di pagamento e quant’altro. Per la Lega Pro di sicuro, a volte anche per la Serie D. Non certamente per il Grosseto. Programmazione, prima di tutto.




















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