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Enrico Marini: Servono allenatori preparati

Enrico Marini (1954), figlio d’arte, conta 148 presenze in biancorosso tra il 1971 ed il 1980. Lo abbiamo avvicinato nel corso di un campus estivo che tiene in città insieme ad altre glorie del calcio grossetano come Biliotti, Stefani, Bifini ed Enzo Galli e, l’intervista si è allargata anche a questi altri grandi sportivi toccando varie tematiche stimolanti.

– Tuo padre Cleto ha indossato la maglia unionista. Cosa puoi raccontare di lui?

Non è mai facile parlare dei propri genitori, inoltre devo dire che ero molto legato a mio padre. È una cosa che mi commuove, anche perché tra poco sono cinque anni che non lo faccio arrabbiare più. Mi guarderà dall’alto e lo farò arrabbiare dove è ora, sarà su a guardarmi e spero di dargli delle soddisfazioni che non gli ho dato quando era in vita allenando questi bambini, stando insieme a loro. Non l’ho mai visto giocare, ma so che era un gran giocatore ed ha avuto testa, cosa che non ho avuto io. Ha giocato nelle giovanili della Sampdoria, è stato a Pisa, a Potenza ed a Grosseto avendo una carriera di buon livello. Mi ha lasciato qualcosa anche come allenatore: all’inizio della mia carriera di tecnico mi ha dato qualche consiglio che mi è stato utile.

– Il fatto di non “avere testa” ti ha limitato. In questo si può fare un paragone con Gerry Cavallo.

Gerry è un amico! Siamo due persone che hanno sempre vissuto un po’ sopra le righe ed hanno portato in campo quell’estro che avevano anche nella vita. Grande giocatore, Gerry! Sono stato anche a casa sua a Pisa e mi ha fatto vedere dei video di quando giocava nel Pisa; indossava la maglia neroazzurra con il numero 10 ed aveva il codino, scontato fare il paragone con Roberto Baggio. Batteva delle gran punizioni ed assomigliava proprio a Baggio; metteva la palla dove il portiere non poteva arrivare. Ho un bellissimo ricordo di Gerry Cavallo, che è tuttora un amico. Lo sento un po’ meno rispetto a qualche anno fa perché siamo presi ognuno dalla propria vita, ma è un amico ed il ricordo che ho di lui è bellissimo.

– Per molti anni sei stato uno dei vessilli unionisti.

Se guardi il libro con la storia del Grosseto, noti che ho giocato 148 partite con i torelli. È, all’incirca, lo stesso numero di presenze di mio padre. Sono stato bene nella mia città, anche se a volte qualcuno mi beccava invitandomi ad andare a letto prima la sera. Avevo un bellissimo rapporto con il pubblico, ero un idolo della tifoseria organizzata. Quando si parla del passato è facile mitizzarlo, ma credo che 148 presenze stiano a testimoniare la bellezza ed il valore della mia storia unionista.

– Sei stato un simbolo del Grosseto, ma non hai giocato soltanto in Maremma.

Sono stato anche a Rimini, alla Cavese, a Savona, a Martina Franca ed alla Reggina fino alla metà degli anni Ottanta. Ho smesso nel 1984 perché mi sono sposato e mi sono trasferito a Milano, poi sono tornato a Grosseto. A Rimini ho avuto il piacere e l’onore di essere allenato dal “Mago” Helenio Herrera. Quello che ho appreso da lui e dagli altri allenatori, come l’indimenticabile Andrea Bassi, me lo sono portato dentro in quello che sto facendo in panchina.

– Che ricordo hai di Mister Bassi.

Aveva allenato la Fiorentina e il Livorno. A Grosseto ebbe il merito di lanciarmi e di credere in me. Penso di averlo ripagato disputando due grandi campionati prima di andare a Rimini a 19 anni, in Serie B.

– Come è stata la tua esperienza riminese?

A Rimini mi penalizzò il mio vivere sopra le righe, perché quello è un posto particolare, sia d’estate che d’inverno. Non scopro certamente io Rimini e per un calciatore, se non è più che serio, le tentazioni non mancano. Il mio carattere ha penalizzato la mia carriera sportiva, ma non rimpiango nulla di quello che stato, perché non sono molti i calciatori che dal settore giovanile del Grosseto sono arrivati alla Serie B.

– Da molti anni il vivaio non sforna giocatori di questo livello.

Noi allenatori dovremmo chiederci perché succede questo, perché non emerge nessuno. Dal vivaio del Grosseto non esce più nessun professionista dai tempi di Bifini. La domanda che è necessario porsi è “Come lavorano questi allenatori a Grosseto?” e mi metto per primo tra quelli che devono porsi questo interrogativo, visto che sono vent’anni che alleno. Perché non c’è nessun giocatore nato a Grosseto nella rosa unionista? È una domanda impegnativa. Credo che le mamme siano ancora in grado di partorire bambini in grado di giocare a calcio; allora il discorso si allarga sui tecnici ed alle strutture, a quei tecnici che spesso vengono scelti perché magari hanno più tempo libero o chiedono un compenso meno elevato. A volte viene data poca importanza ai vivai, ma questi poi sono i risultati: se le società investono poco nei vivai, si ritrovano giocatori che valgono poco e non fanno strada.

– Ai tuoi tempi, nel Grosseto militavano molti grossetani.

Quando sono tornato da Rimini, la rosa era composta essenzialmente da giocatori che provenivano dal vivaio: Bistazzoni, Rosi, Brezzi, Ciavattini, Balestrelli, Maiolino, Mencio. Quella squadra era composta da giocatori provenienti dal settore giovanile del Grosseto. Gli allenatori hanno le loro responsabilità: non è detto che un buon giocatore sia un buon tecnico, ma aver giocato aiuta.

Interviene Alessio Bifini, che aggiunge:

Gli allenatori non devono andare al campo a passare il tempo e non devono vedere la conduzione tecnica come un hobby.

Marini riprende:

Senza andare a scomodare certe categorie, siamo andati avanti per troppo tempo con allenatori che hanno svolto questa mansione come un passatempo. Anche le società hanno le proprie responsabilità perché, a volte, per risparmiare, hanno scelto allenatori soltanto perché chiedevano pochi soldi. Le scelte devono essere fatte su altre basi. Ma come fa ad insegnare un allenatore se non ha mai giocato? Come fa a correggere un errore? Adesso, finalmente, sembra che a Grosseto si registri una inversione di tendenza con tecnici come Biliotti, Stefani e Pieri che hanno giocato ad alto livello. Vediamo cosa succederà in futuro, ma speriamo che si continui su questa linea perché a lungo andare l’assenza di calciatori di buon livello diventa un problema. Le indecisioni di Camilli penalizzano anche questo aspetto: è vero che ha portato il calcio a certi livelli, ma non ha mai curato troppo il settore giovanile. Speriamo che si continui nel solco che è stato tracciato in quest’ultimo periodo.

Si avvicina Enzo Galli e Marini lo prende da esempio.

Ecco, lui è il Mister. Ha giocato nella Lucchese, nel Siena, nel Grosseto, nel Piombino (ndr), nel Livorno ed ha anche il carattere e la predisposizione giusta per lavorare con i ragazzi. Ci vuole l’atteggiamento mentale giusto per lavorare con i bambini ed i ragazzi per trarre il meglio da ognuno di loro. È importante aver giocato a pallone per insegnare certi trucchi che soltanto avendo giocato si possono conoscere.

Interviene mister Enzo Galli:

Enrico ha detto una cosa meravigliosa. Oggi mi sono voltato ed ho notato che un ragazzo aveva calciato lontanissimo il pallone, l’ho stoppato con il sinistro ed i ragazzi sono rimasti meravigliati. Per me è stato un gesto naturale, ma se un allenatore non ha mai giocato a calcio, come può avere questa naturalezza nel trattare il pallone? La verità è che, come avviene nel tennis, soltanto chi conosce certi segreti li può trasmettere.

Il microfono torna ad Enrico Marini.

A Grosseto mancano anche le strutture e ben vengano le iniziative come quella di Roselle dove c’è un bel progetto per fare campi sintetici. Se decolla, potrebbe essere una cosa importante. Ho amici nelle altre squadre e la carenza di strutture è un bel guaio: spesso le squadre non hanno nemmeno un campo dove allenarsi e giocare, ma il fattore campo nel calcio è importante sia per il calore del proprio pubblico che per la conoscenza pura e semplice del terreno di gioco. Stutture carenti e allenatori poco validi, questi sono i maggiori problemi nelle nostre zone. Quest’anno ho notato una inversione di rotta a Grosseto e speriamo che si prosegua così.

– Quando militavi nel vivaio grossetano, come era la situazione?

Paradossalmente, era migliore di adesso. Ci allenavamo al campino di Via Michelangelo e giocavamo la Domenica mattina allo stadio. Non avevamo i problemi che ci sono adesso.

– Adesso di cosa ti occupi?

Dall’anno scorso alleno a Roselle e devo dirti che l’ambiente mi piace. C’è passione e mi piace il progetto della famiglia Ceri. Speriamo che possano realizzare questi campi che sono in progetto: in momenti difficili come questi è raro vedere qualcuno che investe, perciò credo che siano da elogiare queste realtà.

– Parlando di vivai, è inevitabile chiederti un parere sul “Caso-Invicta”.

Questa notizia l’ho saputa di riflesso. So che al torneo Fair Play sono stati utilizzati dei ragazzi che non dovevano essere schierati perché più grandi degli altri e questo dispiace. Non so perché sia successo tutto questo, non conosco le motivazioni, ma so che se insegni a dei bambini questi sotterfugi si può creare un problema anche sulla formazione di questi ragazzi. In un torneo Fair Play andare a fare questo non va bene. Non so le motivazioni, ma credo che di questa vicenda il calcio grossetano non avesse bisogno.

– Qual è il tuo pensiero sulla situazione in casa Grosseto?

Spero che Camilli continui a rimanere alla guida del Grosseto, ma con le giuste motivazioni che portino ad un rilancio del Grosseto. Questo continuo stillicidio, questi tentennamenti e questa indecisione non fanno bene alla realtà grossetana. Spero che dia maggior risalto al settore giovanile e che sia spinto da entusiasmo, altrimenti è meglio che passi la mano a qualcuno che possa far bene.

– Come vuoi concludere questa chiacchierata?

Voglio concludere questa intervista salutando i ragazzi della “Tribù del pallone”, una bella iniziativa che Alessio Bifini da tre anni porta avanti con allenatori di prim’ordine, e ringraziare il TCE che ci ospita. Mi sembra giusto cogliere questa occasione per rivolgere un ringraziamento anche agli altri allenatori: Bifini, Cosimi, Andreini ed Enzo Galli. È una bella iniziativa che sta avendo un bel successo. Siamo a disposizione dei bambini, cerchiamo di trasmettere valori sani e speriamo di dar loro qualche insegnamento anche sul piano calcistico.

Giulio De Paola

1 Comment

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  • L’ultima frase di Enrico è fondamentale.
    “Cerchiamo di trasmettere valori sani e speriamo di dar loro qualche insegnamento sul piano calcistico”.
    Calciatori sì, se avranno le qualità tecniche innate e adeguatamente addestrate, ma soprattutto uomini veri, seri, responsabili, maturi.
    Enrico, come dice lui stesso, ha sbagliato molte cose nella sua vita. Sbagliando si impara. Mi pare che questi errori gli abbiano insegnato molto.
    Gli auguro davvero di riuscire a trasmettere concretamente queste positive esperienze fatte sui suoi stessi errori.
    Grande Enrico!
























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