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Nuova rubrica – “La pillola di Eracle”, lo sciamano del rettangolo verde: Luciano Tommasi e quella volta del 1966 che…

Confabulando con Fabio (il mio direttore) sul da farsi per interrompere il mio pigro silenzio, abbiamo deciso di concerto di creare una rubrica. Una rubrica diversa. Con diversa non intendo dire che affronterò argomenti del tipo il crollo del governo in Venezuela o la minaccia di una salita al potere di madame Le Pen – non credo molto nei sondaggi dopo Trump – sconfinando così dal tema principe del giornale, lo sport. No, non vi preoccupate non mi azzarderei mai. “La pillola di Eracle” sarà una rubrica diversa perché racconterà lo sport vissuto: la pazzia di un fuori quota, la passione di un veterano, le scelte di un allenatore. Il passo è stato breve per capire che sarebbe stata un’idea divertente e allo stesso tempo coinvolgente; dopo due minuti di telefonata con Fabio e dopo averci ripetuto a vicenda più o meno le stesse parole, abbiamo deciso che “La pillola di Eracle” avrebbe messo in luce le avventure degli sportivi maremmani. Prendetela come una piccola tazzina di espresso, come un piatto di alta cucina, come, come… come una pillola, senza effetti collaterali però.

La prima lezione non poteva che venire dalle parole del saggio del mio paese, lo sciamano del rettangolo verde. Ringrazio Luciano Tommasi per la disponibilità e la solerzia con cui si è prestato al gioco. Adesso basta però, sono andato per le lunghe, buona lettura e buona prima pillola. A sabato prossimo. Il vostro PM.

<<Correva il 1966. Il mese di Novembre di quell’anno fu uno dei più tristi nella storia della Regione Toscana: da Firenze a Grosseto, passando per il senese, una pioggia incessante distruggeva tutto quello che incontrava. L’alluvione rese impossibile il normale svolgimento della vita quotidiana, immaginatevi come potevamo solo pensare di disputare regolarmente una partita di calcio. Non è di certo il più greve dei disagi creati dalla grande pioggia, ma, nel suo piccolo, l’impraticabilità dei campi creò l’occlusione dell’intera arteria dilettantistica regionale. All’epoca avevo diciassette anni, una vorace voglia di stupire e una discreta inclinazione nell’impedire agli attaccanti di segnarmi. Me la cavavo bene in mezzi ai pali, ai tempi difendevo quelli dell’Orbetello, militante in Prima categoria. Vi confesso che le mie doti di portiere non erano niente in confronto all’eleganza con cui calciavo la palla. E proprio in quel periodo il mio destro fatato mi valse la convocazione con la Juniores provinciale, uno dei pochi campionati a non esser stato interrotto. La situazione era delle più delicate; rimanevano due partite cruciali che, se vinte, ci avrebbero permesso di aggiudicarci il campionato. Schierato in posizione di attaccante, le decisi io quelle due partite, con una doppietta. Due gol di pregevole fattura che ci permisero di vincere lo scudetto provinciale. Decisamente anomalo per un portiere. La mia squadra era un’altra però e il ritorno in campo con i miei compagni era quello cui ardevo di più. Ripartimmo la domenica dopo la vittoria con la Juniores. Destinazione Poggibonsi. Il cielo quel giorno sembrava volesse caderci addosso, il tratto Orbetello-Poggibonsi era una risaia che lentamente si gonfiava di acqua. Non era bastata quella caduta fino a pochi giorni prima, non era bastato lo stop prolungato del campionato, in quelle condizioni rischiavamo di andare incontro all’ennesimo rinvio. Senza ombra di dubbio era un completo disastro; diciotto amici inscatolati come sardine in un pulmino 5×3, sferzato da milioni di aghi bagnati responsabili di quel lago senza più argini che ci accerchiava. E proprio quando l’ultima spada di luce smise di farsi intravedere dietro quella coltre, il mister dell’epoca, Marcello Mensa, con poche semplici parole cancellò quel periodo tremendo incidendolo nella mia mente come un degli episodio più comici cui abbia mai assistito. Chiamò a sé Mauro Ercole, soprannominato Tabacco. Un ragazzo leggerino, con buone qualità tecniche, ma comunque leggerino. <<Mauro – gli disse guardando fuori dal finestrino – se oggi il campo è asciutto, giochi>>. Il discorso, se così vogliamo chiamarlo, date le dimensione del veicolo, fu di dominio pubblico. Fuori continuava a piovere e Mauro, per far fede al soprannome affibbiatogli, si posizionò nei posti in fondo e prese a fumare il secondo pacchetto della giornata. Il problema è che erano solo le due di pomeriggio. Solo adesso, dopo le numerose esperienze in panchina come allenatore, mi rendo conto che non è mai facile giustificare una scelta tecnica. Ma quella di mister Mensa fu senza dubbio una pessima scusa>>.

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